“Italico non ha fatto politica, è stato la Politica, una Politica alta, nobile e generosa”

GORIZIA EUROPA pubblica un omaggio a Italico Chiarion, nostro collaboratore recentemente scomparso.

di Angiola Restaino

E’ doloroso sapere che Italico Chiarion non c’è più. Noi del Partito Democratico insieme con tutta la comunità di persone e istituzioni che si riconoscono nei valori dell’ antifascismo, della democrazia e del progresso, abbiamo la triste consapevolezza di aver perso una importante figura di riferimento, amata e rispettata per sapere politico, lucidità di giudizio, visione illuminata.
Nel corso della sua intera vita , Italico non ha fatto politica, è stato la Politica, una Politica alta, nobile e generosa, appassionata e coerente.
La scelta di quale dovesse essere la sua parte fu molto precoce e non fu il frutto di un’improvvisa illuminazione ma il risultato di una sedimentata riflessione e di un attento studio. Essa prendeva consistenza e forma da sentimenti molti forti, da grandi sofferenze, come il sequestro, la deportazione e la sparizione dell’amatissimo nonno materno nel 1945, da soprusi visti
e subiti, come le violenze contro sloveni e comunisti dei giorni successivi all’entrata dell’esercito a Gorizia, da un insopprimibile desiderio di giustizia e di libertà Italico aveva “respirato patriottismo con l’aria di casa”. Fu naturale aderire alla Lega nazionale e all’ Associazione Giovanile Italiana e partecipare alle grandi manifestazioni per l’italianità di Gorizia. Ma dopo il 14 settembre del 1947, all’indomani dell’entrata in Gorizia della Divisione Mantova, quando “ la pace era arrivata anche a Gorizia, seppure con due anni e mezzo di ritardo rispetto al resto d’ Italia”, fece la sua scelta, prese la tessera del Fronte della Gioventù, l’Associazione dei giovani delle sinistre e, pochi mesi dopo, quella del Partito Comunista italiano.
Aveva così inizio, in quei primi mesi del 1948, una storia di militanza attiva , di organizzazione, di impegno nelle istituzioni durata tutta la vita, seguendo valori e linee guida costanti e significative rispetto a tutte le problematiche nazionali e locali.
A dispetto dello stereotipo del comunista, tutto d’un pezzo, stalinista acritico, Italico , come tanti compagni e dirigenti, è stato un intellettuale raffinato, ha esercitato la critica e il dissenso, ha sempre sostenuto l’apertura verso gli sloveni e verso l’ex Jugoslavia e la caduta dei confini.
Negli ultimi anni, ad età già avanzata, Italico ha voluto mettere ordine nell’immenso suo archivio e ha voluto dare forma scritta ai ricordi, ai colloqui, alle riflessioni. Ne è scaturito un libro, un meraviglioso e straordinario racconto di 380 pagine, ricchissimo di riferimenti, citazioni, nomi. Un libro che unisce alla passione del protagonista il rigore dello storico, grazie ad una documentazione quasi sempre inedita e di prima mano, ad una minuziosa e scrupolosa citazione di verbali, programmi elettorali, articoli. La storia di una città e di un territorio, di uomini e donne, della cui vita e del cui impegno nessuno si sarebbe occupato e ricordato.
Su alcune questioni cruciali, che pesano ancora sulla vita politica della città, Italico dimostra che è possibile e necessario ribaltare una volta per tutte la narrazione che ne hanno sempre fatto i vincitori, i personaggi che ancora vi speculano per meschino interesse elettorale.
L’operazione di verità e giustizia è il lascito che Italico ci consegna, oltre al suo insegnamento e al suo esempio. Non ti dimenticheremo, caro Italico, avrai sempre un posto nei nostri cuori e nelle nostre menti, coltiveremo il ricordo delle conversazioni scoppiettanti e deliziose, saremo vicini con affetto e riconoscenza ad Evelina, eccezionale e straordinaria moglie e compagna,
al fratello Vittorio, agli splendidi figli e nipoti.

di Anna Maria Rossi
Italico Chiarion era mio cugino di primo grado, essendo figlio della sorella di mia madre. Per una serie di circostanze familiari, vissi insieme a lui alcuni anni durante la guerra e nell’immediato dopoguerra, presso i nonni materni.
C’è in particolare un momento storico che accomuna la mia vicenda a quella di Italo: la deportazione del nonno ad opera di partigiani titini avvenuta il 3 maggio del’45. Io ebbi la ventura di assistervi personalmente, bambina di soli 10 anni, mentre Italo ne fu risparmiato in quanto lontano da Gorizia in quel frangente, ma entrambi la vivemmo da vicino. La scomparsa di quello che, insieme a mia mamma Palmira Tomasetti, sua zia, era un punto di riferimento importantissimo per la nostra famiglia, per Italo forse l’unico punto saldo affettivamente e moralmente, fu determinante, io credo, nell’ indurre quel nodo di ribellione, rabbia e sconforto che lo portò ad aderire giovanissimo, a soli 17 anni, al partito comunista. Scelta che può apparire paradossale, se non si pensa che nella perdita del nonno, Italo vedeva violato un principio elementare di giustizia, principio che, una volta condotta la battaglia per Gorizia italiana, poteva essere rappresentato proprio dal partito comunista e dalle sue idealità, viste dalla mente di un ragazzo di soli 17 anni.
Italo è stato un po’ il mio maestro, tanto che lo seguii anche nelle scelte politiche, almeno per un periodo. Poi ci siamo distanziati. Italo era un ragazzo molto intelligente e deciso a sfidare l’ opinione pubblica e anche quella familiare e ne pagò le conseguenze in tutti e due gli ambiti.
La nonna, pur volendogli un gran bene, forse più che agli altri nipoti, era una cattolica praticante, frequentava la chiesa dei Cappuccini e si adoperava per tutte le iniziative che la chiesa intraprendeva. Tra la nonna e Italo c’era, nonostante la differenza di idee, un grande affetto, che si mantenne intatto fino alla fine. Io, se da un lato dipendevo dalla nonna, frequentavo la chiesa, facevo tutte le comunioni possibili, fino allo sfinimento, dovuto alla richiesta di digiuno assoluto prima di ricevere l’ ostia consacrata, da un altro verso seguivo con interesse le idee di mio cugino. Le nostre strade, a causa di circostanze prevalentemente familiari, si sono poi allontanate, ma Italo è rimasto e rimarrà sempre il mio cugino prediletto, affetto certamente ricambiato. Ricordo un episodio divertente: dopo l’ 8 settembre e lo svuotamento delle caserme, molti civili, provati dalla mancanza di generi alimentari, si precipitarono a prendere ciò che i soldati avevano abbandonato. Mio nonno prese un grande barattolo di marmellata, che nascose sotto il letto, dove Italo ed io ci trovavamo, ciascuno con il suo cucchiaio, per assaggiare con molta circospezione quel cibo prelibato di cui non ricordavamo più il sapore. Questi convegni clandestini, come pure molti altri episodi, sono rimasti vivi nel mio ricordo, come rimarrà viva per il resto della mia esistenza la predilezione per questo indimenticabile cugino.

1985. Chiarion, capogruppo del PCI in Consiglio comunale, con il sindaco Scarano.

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